Venezuela, Rodríguez: l’accordo con gli Usa è il ‘rinascimento della nazione’
Delcy Rodríguez ha usato parole forti, quasi trionfali. La presidente ad interim del Venezuela ha definito il recente patto con gli Stati Uniti niente di meno che il «rinascimento della nazione», annunciando contestualmente lo sviluppo di 17 nuovi campi petroliferi che, secondo Caracas, potrebbero trasformare radicalmente le sorti economiche del paese.
L’accordo e le sue ambizioni
L’intesa, raggiunta dopo settimane di trattative riservate, prevede una parziale revoca delle sanzioni americane in cambio di concessioni politiche da parte del governo venezuelano. Rodríguez non ha nascosto l’entusiasmo: ha parlato di una svolta storica, di un’opportunità che il Venezuela non può permettersi di sprecare. E in effetti i numeri che circolano sono tutt’altro che banali.
I 17 campi petroliferi identificati si trovano principalmente nella fascia dell’Orinoco, la cintura petrolifera più ricca del paese. Le stime preliminari parlano di una capacità produttiva aggiuntiva che potrebbe superare i 400.000 barili al giorno entro il 2027, una cifra che darebbe ossigeno a un’economia soffocata da anni di inflazione, carenze alimentari e fuga di capitali.
Le reazioni e i dubbi
Non tutti, però, festeggiano. L’opposizione venezuelana ha accolto l’annuncio con scetticismo, accusando il governo di Maduro di usare il petrolio come moneta di scambio per ottenere legittimità internazionale senza cedere nulla sul fronte democratico. «Si tratta di un accordo opaco, negoziato senza trasparenza e senza il coinvolgimento del parlamento», ha dichiarato un esponente dell’opposizione a Caracas.
Anche a Washington il dibattito è aperto. Alcuni senatori repubblicani hanno già annunciato di voler esaminare i dettagli dell’intesa, preoccupati che possa allentare la pressione su un regime che Washington ha a lungo considerato ostile.
Il petrolio come leva geopolitica
Il Venezuela detiene le riserve petrolifere certificate più grandi al mondo — circa 304 miliardi di barili secondo le stime dell’Opec — ma negli ultimi anni la produzione è crollata a causa delle sanzioni, della corruzione endemica e del deterioramento delle infrastrutture. La compagnia statale PDVSA ha perso ingegneri, tecnici e manager a ritmo costante.
Ecco perché l’accordo con gli Usa, almeno nelle intenzioni di Caracas, non è solo un fatto economico. È un segnale politico.
Rodríguez ha detto chiaramente che «il Venezuela è pronto a tornare da protagonista sul mercato energetico globale». Parole che suonano come una dichiarazione d’intenti, ma che dovranno scontrarsi con una realtà complicata: infrastrutture fatiscenti, investitori ancora diffidenti e un contesto politico interno tutt’altro che stabilizzato.
Cosa succede adesso
Nei prossimi mesi si capirà se l’ottimismo di Rodríguez ha basi concrete o se rimane l’ennesima promessa mancata. I primi bandi per lo sviluppo dei campi petroliferi dovrebbero essere pubblicati entro la fine del 2025. Gli occhi degli investitori internazionali sono già puntati su Caracas.
