Morto il cardinale Ruini, il potere grigio della Chiesa italiana

Il cardinale Camillo Ruini è morto. Con lui se ne va uno degli uomini più potenti che la Chiesa cattolica italiana abbia espresso nel dopoguerra, un personaggio che molti dentro e fuori il Vaticano chiamavano, non senza una punta di timore, il «Richelieu» di Giovanni Paolo II. Aveva 93 anni.

L’ombra lunga di Wojtyla

Per quasi vent’anni, dal 1991 al 2007, Ruini ha guidato la Conferenza Episcopale Italiana con un pugno di ferro avvolto nel velluto. Era il vicario di Roma, sì, ma soprattutto era l’interprete italiano di Karol Wojtyla. Un ruolo che sapeva di privilegio esclusivo. Wojtyla si fidava di lui in modo quasi assoluto, e Ruini lo sapeva, lo usava, lo proteggeva.

La sua politica era quella del radicamento nel tessuto civile del paese. Vicino al centrodestra, in modo che non lasciava spazio a interpretazioni ambigue, Ruini trasformò la CEI in un soggetto politico a tutti gli effetti. Nel 2005, durante il referendum sulla fecondazione assistita, orchestrò la campagna per l’astensione con una precisione quasi militare. Il risultato — appena il 25,9% di affluenza — fu la sua vittoria più eclatante.

Il sogno del conclave

C’era anche questo, nei corridoi del Vaticano: il sussurro che Ruini, in fondo, avesse coltivato l’ambizione del papato. Non dichiarata, mai ammessa. Ma presente. Qualcuno tra i prelati più anziani ricorda riunioni private prima del conclave del 2005 in cui il suo nome circolava con insistenza. Poi arrivò Ratzinger, e tutto cambiò.

Il rapporto con Benedetto XVI non fu mai caldo. Ruini rimase ai margini, educatamente, con quella sua capacità di non mostrarsi mai sconfitto del tutto. E con Francesco le distanze divennero ancora più evidenti: il modello sinodale, la Chiesa povera, l’apertura sui divorziati risposati — tutto l’opposto di ciò che Ruini aveva costruito.

Le lacrime, le rare volte

Chi lo ha frequentato racconta di un uomo di controllo assoluto, quasi freddezza. Eppure ci furono due momenti in cui le difese crollarono. La morte di Wojtyla, nell’aprile del 2005, lo colpì come la perdita di qualcosa di irrecuperabile. E poi un momento privato, che chi era presente ha descritto solo a voce bassa, legato a una lettera che non è mai diventata pubblica.

Resta un uomo difficile da giudicare semplicemente.

Cosa lascia alla Chiesa italiana

«È stato un punto di riferimento imprescindibile per il cattolicesimo italiano», ha dichiarato un alto prelato della CEI, senza aggiungere altro. Il silenzio, in certi ambienti, dice più delle parole.

Ora la domanda è aperta: chi raccoglierà quella tradizione? La Chiesa italiana di Bergoglio è un posto diverso da quello che Ruini ha conosciuto e plasmato. E forse, per molti vescovi italiani cresciuti all’ombra del cardinale di Sassuolo, è ancora troppo presto per capire cosa significhi davvero il suo addio.

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