Stragi in famiglia: «Revocare le armi a chi ha fragilità psicologica»
Le stragi in famiglia tornano al centro del dibattito pubblico, e questa volta con una proposta concreta sul tavolo. Luca Di Bartolomei, esperto di sicurezza e prevenzione, ha rilasciato dichiarazioni nette: la legge per revocare porto e detenzione di armi a chi manifesta fragilità psicologica esiste già. Il problema è che non viene applicata.
Una norma che c’è ma non si usa
Di Bartolomei è stato diretto. «Non dobbiamo inventare niente», ha detto. «La norma c’è. Basta applicarla». In Italia, il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza prevede già la possibilità di revocare licenze e autorizzazioni a chi non dimostra idoneità psicofisica. Ma tra il testo scritto e la sua applicazione quotidiana esiste un abisso.
Secondo i dati più recenti, in Italia si registrano ogni anno oltre 300 episodi classificabili come violenza domestica grave con uso di armi da fuoco legalmente detenute. Un numero che pesa.
Il nodo dei controlli periodici
Il punto centrale, secondo gli esperti del settore, è la mancanza di controlli periodici obbligatori sullo stato psicologico dei detentori di armi. Oggi il certificato medico si ottiene una volta, al momento della richiesta del porto d’armi. E poi? Niente. Nessun aggiornamento, nessuna verifica nel tempo.
Yet in altri paesi europei, come la Germania e l’Austria, i rinnovi periodici includono valutazioni psicologiche sistematiche. Non è fantascienza. È amministrazione ordinaria.
Un funzionario del Ministero dell’Interno, che ha chiesto di non essere citato per nome, ha confermato che «esistono strumenti normativi già attivi che le prefetture potrebbero utilizzare con maggiore frequenza, ma mancano risorse umane e protocolli chiari per farlo in modo sistematico».
Chi dovrebbe agire e come
Di Bartolomei indica un percorso preciso: rafforzare la collaborazione tra medici di base, servizi di salute mentale e questure. Se un medico rileva segnali di crisi psicologica acuta in un paziente che detiene armi, dovrebbe esistere un canale diretto e rapido per segnalarlo alle autorità competenti. Oggi quel canale è quasi inesistente.
And non si tratta di stigmatizzare chi soffre di problemi psicologici. Si tratta di buon senso preventivo.
Servono protocolli, formazione e volontà politica. Tre cose che spesso viaggiano a velocità diverse.
Cosa succede adesso
Dopo le ultime tragedie familiari che hanno scosso la cronaca italiana nelle settimane recenti, diversi parlamentari hanno annunciato l’intenzione di presentare proposte di modifica normativa entro la fine dell’anno. Ma i tempi del Parlamento sono quelli che sono.
Di Bartolomei è scettico sulla necessità di nuove leggi. «Usiamo prima quelle che abbiamo», ripete. E ha ragione. Perché ogni mese che passa senza applicare strumenti già esistenti è un mese in cui qualcosa di evitabile potrebbe succedere ancora.
