Caso Nevo, l’Italia e il vizio di diluire i singoli nelle ideologie
Il caso Eshkol Nevo continua a far discutere l’Italia culturale, mettendo in luce un vizio tutto nostrano: quello di far sparire le persone dietro le ideologie. Lo scrittore israeliano, invitato e poi disinvitato da alcuni festival letterari, è diventato l’ennesimo esempio di come nel dibattito pubblico italiano la complessità individuale venga schiacciata dalle appartenenze di campo.
Non è la prima volta. E probabilmente non sarà l’ultima.
Quando l’identità cancella la persona
Nevo, autore di romanzi tradotti in 15 lingue e noto per le sue posizioni critiche verso il governo Netanyahu, si è ritrovato al centro di una polemica che poco ha a che fare con la sua opera letteraria. La sua “colpa”? Essere israeliano in un momento in cui il conflitto mediorientale divide l’opinione pubblica italiana in blocchi contrapposti. Ma il punto non è solo Nevo. È il meccanismo che scatta ogni volta: l’appartenenza – vera o presunta – diventa più importante di ciò che una persona dice, scrive o pensa.
“Nel nostro paese abbiamo la tendenza a ridurre tutto a uno scontro tra tifoserie”, ha commentato un organizzatore di eventi culturali che ha preferito rimanere anonimo. “Le sfumature non esistono più, solo bianco o nero.”
Un vizio che viene da lontano
Questa abitudine affonda le radici nella storia italiana del Novecento, quando l’appartenenza politica strutturava l’intera esistenza: dal circolo ricreativo al giornale che si leggeva. Quel mondo è finito negli anni ’90, ma il riflesso condizionato è rimasto. Anzi, si è rafforzato nell’era dei social media, dove l’identità diventa bandiera e ogni posizione un atto di guerra. So che sei ebreo, israeliano, palestinese, di destra, di sinistra – e questo basta. Il resto non conta.
Le conseguenze sul dibattito culturale
Le conseguenze di questo approccio sono evidenti nel panorama culturale italiano. Festival letterari che diventano campi di battaglia ideologici. Scrittori costretti a dichiarare la loro appartenenza prima ancora di poter parlare dei loro libri. Lettori che scelgono cosa leggere in base a chi l’ha scritto, non a cosa c’è scritto. Yet la letteratura dovrebbe fare esattamente il contrario: mettere in crisi le certezze, non rafforzarle.
Il caso Nevo rischia di diventare un precedente pericoloso. Perché se oggi è uno scrittore israeliano, domani potrebbe essere chiunque non rientri nei canoni stabiliti dalle varie tribù culturali. E in un paese che fatica già a mantenere vivo il dibattito pubblico, questo non è un lusso che possiamo permetterci.
