Araghchi avverte: confisca dei beni russi è un precedente esplosivo
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha lanciato un avvertimento durissimo alla comunità internazionale: la confisca degli asset russi congelati in Occidente rappresenta un precedente che potrebbe destabilizzare l’intero sistema finanziario globale. «Nessun bene sarà al sicuro», ha dichiarato il capo della diplomazia di Teheran, aggiungendo che ne conseguirà «un caos né piacevole né pacifico».
La posizione di Teheran sul dossier asset russi
Araghchi non ha usato mezzi termini. Il riferimento è ai circa 300 miliardi di dollari di riserve russe immobilizzate nelle istituzioni finanziarie occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. L’idea, sostenuta da diversi Paesi del G7, di utilizzare quegli asset per finanziare la ricostruzione di Kiev è per Teheran una linea rossa invalicabile. E non solo per ragioni di vicinanza politica con Mosca.
La preoccupazione iraniana è strutturale. L’Iran stesso ha subito decenni di sanzioni e congelamenti di beni all’estero. Sa bene cosa significa vedere i propri fondi bloccati per decisione politica di governi stranieri. Araghchi conosce il tema dall’interno, e la sua reazione non è quindi solo retorica.
Un precedente che spaventa anche i non allineati
Ma il punto sollevato dall’Iran va oltre il caso russo. Diversi Paesi del Sud globale guardano con crescente preoccupazione all’eventualità che le democrazie occidentali si arroghino il diritto di confiscare beni sovrani sulla base di valutazioni politiche unilaterali. È un timore condiviso, anche se spesso taciuto nelle sedi ufficiali.
Un funzionario di un paese membro dell’Unione Africana, che ha chiesto di non essere citato, ha confermato che «la questione viene discussa in molte capitali che non si esprimono pubblicamente, ma che stanno rivalutando dove tenere le proprie riserve».
Se anche solo una parte di questo ragionamento si traducesse in azioni concrete, le conseguenze per il dollaro come valuta di riserva potrebbero essere significative. Alcuni analisti stimano che tra il 15 e il 20 percento delle banche centrali mondiali stia già diversificando in modo più aggressivo rispetto a cinque anni fa.
Il rischio sistemico che nessuno vuole nominare
Quello che Araghchi ha detto ad alta voce, altri lo pensano sottovoce. La confisca, se avvenisse, non sarebbe tecnicamente illegale secondo alcune interpretazioni del diritto internazionale. Ma il diritto internazionale non è sempre uguale al buon senso politico.
E il caos evocato dal ministro iraniano non è una previsione campata in aria. È la descrizione di un effetto domino che nessuno sa esattamente come fermare una volta avviato.
Nelle prossime settimane il G7 tornerà a discutere la questione. Le posizioni restano divise: gli Stati Uniti spingono, l’Europa frena. L’Italia, come altri partner europei, guarda alla questione con cautela, consapevole che le regole che si cambiano oggi potrebbero valere contro chiunque domani.
