Arabia Saudita in guerra: perché Riad ha scelto questo momento
L’Arabia Saudita è entrata in una nuova fase del conflitto regionale con una mossa che pochi si aspettavano con questa rapidità. Riad ha autorizzato operazioni militari dirette in aree precedentemente considerate fuori dalla sua portata operativa, segnando uno spartiacque nella politica estera del regno.
Le ragioni di un’escalation annunciata
Non è una decisione presa dall’oggi al domani. Da almeno diciotto mesi i segnali si accumulavano: le tensioni lungo il confine yemenita, le provocazioni degli Houthi sulle rotte marittime nel Mar Rosso, e soprattutto il calo del 34% nel traffico commerciale attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb registrato nei primi tre mesi di quest’anno. Per Riad, lasciare che la situazione degenerasse ulteriormente significava accettare una perdita di credibilità difficile da recuperare.
And poi c’è il fattore interno. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha bisogno di risultati concreti. La Vision 2030, il suo ambizioso piano di diversificazione economica, richiede stabilità e investimenti stranieri. Un regno percepito come vulnerabile non attira capitali.
Cosa cambia sul terreno
Sul piano militare, l’Arabia Saudita ha schierato unità delle forze speciali addestrate con supporto occidentale, insieme a sistemi missilistici di nuova generazione. Secondo fonti diplomatiche europee a Riad, il numero di soldati coinvolti nelle operazioni attive supererebbe i 12.000 uomini. Ma i numeri raccontano solo una parte della storia.
«La vera novità non è la forza dispiegata, ma la dottrina», ha spiegato un alto funzionario del ministero della Difesa saudita che ha chiesto l’anonimato. «Stiamo passando da una logica difensiva a una logica di deterrenza attiva.»
Yet è proprio questa svolta che preoccupa gli osservatori internazionali. Una deterrenza attiva in un teatro già saturo di attori armati rischia di produrre escalation non volute.
Le reazioni internazionali
Washington ha mantenuto un profilo basso, limitandosi a dichiarazioni generiche sul «diritto all’autodifesa». Ma dietro le quinte, funzionari del Pentagono avrebbero espresso riserve sulla tempistica. L’Iran ha risposto con toni aspri ma senza azioni concrete nelle prime 48 ore. Israele, impegnato su altri fronti, ha seguito la situazione in silenzio.
Still, il rischio di una regionalizzazione del conflitto rimane concreto.
Cosa succederà adesso
I prossimi sessanta giorni saranno decisivi. So come si muoverà l’Arabia Saudita nelle prossime settimane determinerà se questa è una mossa di pressione calcolata o l’inizio di un coinvolgimento più lungo e costoso. Il prezzo del petrolio ha già reagito, salendo del 4,2% nelle ultime 24 ore. I mercati non perdonano l’incertezza.
Quello che è certo è che il Medio Oriente del 2025 assomiglia sempre meno a quello di dieci anni fa. E che Riad non intende più restare sullo sfondo mentre altri decidono le regole del gioco.
