Leonardo-Rheinmetall: dentro la joint venture italo-tedesca da 25 miliardi che ridefinisce l’industria europea della difesa

La joint venture tra Leonardo e Rheinmetall, annunciata politicamente al vertice italo-tedesco di Roma del 23 gennaio 2026 e con un valore stimato di circa 25 miliardi di euro, sta entrando nella sua fase operativa. Con sede in Italia, la JV è descritta dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni come ‘un primo nucleo di un’industria europea della difesa integrata” — un’ambizione strategica che va ben oltre il singolo accordo commerciale. Quattro mesi dopo l’annuncio politico, i primi contratti operativi sono in corso di firma e definiscono la traiettoria industriale del progetto fino al 2029.

La struttura della joint venture

L’accordo prevede una partecipazione paritaria 50-50 tra Leonardo (controllata al 30,2% dal Ministero dell’Economia italiano) e Rheinmetall (gruppo tedesco quotato a Francoforte). La sede legale e operativa principale è in Italia, in linea con il messaggio politico del primato dell’Italia nell’iniziativa. La governance prevede consigli di amministrazione paritari, con presidenza alternata a rotazione triennale. Il piano industriale 2026-2029 prevede investimenti diretti di circa 8 miliardi di euro, con il restante portafoglio (17 miliardi) costituito da contratti già acquisiti o in fase avanzata di trattativa.

I sistemi terrestri di nuova generazione

Il focus principale della JV è sui sistemi terrestri di nuova generazione: veicoli blindati, sistemi di artiglieria avanzati, piattaforme integrate di mobilità tattica. Il programma include lo sviluppo del MGCS (Main Ground Combat System) — il successore dei carri armati Leopard 2 (tedesco) e Ariete (italiano) — un progetto che originariamente coinvolgeva la Francia ma che ha visto progressivi disimpegni francesi nel corso del 2024-2025. La cooperazione italo-tedesca ha colmato il vuoto strategico, offrendo a Berlino e Roma un’opportunità di leadership industriale.

Il quadro politico: Albania, Bruxelles, Washington

La JV si inserisce in un quadro politico complesso. Sul fronte UE, l’iniziativa anticipa l’Industrial Accelerator Act che il Consiglio Competitività dibatterà il 28 maggio 2026. Su quello bilaterale, conferma la riconfigurazione dell’asse Meloni-Merz a discapito della tradizionale leadership franco-tedesca. Verso Washington, dimostra che i partner europei della NATO possono soddisfare la richiesta di Trump di un incremento delle spese di difesa al 5% del PIL, attraverso meccanismi industriali integrati che riducono la dipendenza da forniture americane.

L’impatto sull’occupazione italiana

Per l’Italia, la JV rappresenta una boccata d’ossigeno per il settore manifatturiero della difesa. I siti coinvolti includono gli stabilimenti Leonardo di La Spezia, Roma, Genova e Brescia, oltre ad alcuni nuovi insediamenti previsti in Friuli e in Sardegna. Le stime di Confindustria parlano di circa 12.000 nuovi posti di lavoro diretti tra il 2026 e il 2029, con un effetto moltiplicatore sull’indotto che potrebbe portare l’occupazione totale generata a 40.000-50.000 unità. Il contributo al PIL annuale stimato è dell’ordine di 0,15-0,2 punti percentuali — significativo in un contesto di crescita italiana attorno al 0,7% nel 2026.

Le riserve della Francia

L’iniziativa è stata accolta con notevole irritazione a Parigi. Il presidente Emmanuel Macron ha definito la JV come ‘un’opportunità mancata di costruire una vera industria europea della difesa” — un riferimento implicito al fatto che il progetto MGCS originario doveva includere la Francia tramite il colosso KNDS. Il graduale disimpegno francese, motivato da divergenze sulle specifiche tecniche e sulle modalità di esportazione, ha lasciato Parigi in posizione di osservatore. L’Eliseo sta ora valutando alternative — possibilmente con il Regno Unito post-Brexit — per riportare la Francia al centro dell’architettura industriale europea.

Il governo italiano: visioni a confronto

La JV non è priva di tensioni politiche interne. Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha più volte espresso preoccupazione per l’impatto sul bilancio nazionale, dato che parte degli investimenti previsti dovranno passare attraverso garanzie statali. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto, invece, ha sostenuto con forza il progetto, vedendolo come uno strumento decisivo per modernizzare le forze armate italiane e per accrescere il peso strategico dell’Italia in ambito NATO. Il dibattito parlamentare sul DPP (Documento Programmatico Pluriennale) 2026-2028 ha visto un’ampia maggioranza a favore della JV, con il sostegno bipartisan di tutte le forze di centrodestra e parte del centrosinistra.

Le sfide industriali

L’integrazione tra culture industriali diverse — Leonardo, con una forte componente di proprietà pubblica, e Rheinmetall, gruppo privato strutturato per la performance di mercato — è una delle principali sfide. Gli aspetti tecnologici prevedono la condivisione di brevetti, l’integrazione delle catene di fornitura e l’armonizzazione degli standard produttivi. Il programma di formazione professionale congiunto, già avviato a marzo 2026, coinvolge circa 800 ingegneri e tecnici di entrambe le aziende, con scambi formativi presso i siti italiani e tedeschi.

Prospettive: il 2027-2029

I prossimi diciotto mesi saranno decisivi. La JV deve dimostrare la propria capacità di consegnare nei tempi i primi sistemi MGCS, di ottenere ordini significativi al di fuori del mercato italo-tedesco (Polonia, Repubblica Ceca, paesi scandinavi sono i target principali) e di gestire la complessità di un’integrazione industriale di portata europea senza precedenti. Per Roma e Berlino, il successo della JV rappresenta una scommessa strategica: confermare la capacità dell’Europa di sviluppare un’industria della difesa indipendente, in un contesto geopolitico in cui la dipendenza tecnologica e industriale dagli Stati Uniti è diventata un rischio strategico. La traiettoria del progetto fino al 2029 sarà uno dei principali indicatori del successo — o del fallimento — dell’ambizione di autonomia strategica europea.

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