Meloni punta alle urne ad aprile tra fratture nella maggioranza

Giorgia Meloni starebbe valutando seriamente l’ipotesi di andare al voto anticipato in aprile, stanca delle tensioni crescenti all’interno della sua coalizione di governo. Ma il percorso verso le elezioni non è né scontato né semplice. La presidente del Consiglio si trova a fare i conti con un centrodestra che, sulla carta, esiste ancora, ma nei fatti si è spezzettato in correnti difficili da ricucire.

La maggioranza che non c’è più

Il problema non è uno solo. Sono almeno quattro i partiti che contano, e non due. La Lega è di fatto divisa tra l’anima governista di Matteo Salvini, che non vuole mollare il Viminale, e quella territoriale del Nord produttivo che chiede più autonomia e meno Roma. Forza Italia, dopo la morte di Silvio Berlusconi nell’estate del 2023, non ha mai trovato un equilibrio stabile. Antonio Tajani guida il partito formalmente, ma inside ci sono almeno due sensibilità molto diverse su tutto, dall’Ucraina all’economia.

Il risultato? Ogni provvedimento che arriva in Parlamento diventa una trattativa estenuante. Nelle ultime tre settimane, almeno sei votazioni in commissione hanno visto franchi tiratori o astensioni che hanno complicato la vita al governo.

Aprile come data possibile

Secondo fonti vicine a Palazzo Chigi, la finestra elettorale di aprile sarebbe stata già discussa in qualche riunione riservata. Non è una decisione presa, ma l’ipotesi circola. Il ragionamento è semplice: meglio andare al voto da una posizione ancora solida nei sondaggi — Fratelli d’Italia oscilla tra il 28 e il 30 per cento nelle rilevazioni più recenti — piuttosto che logorare il consenso in un anno di fibrillazioni continue.

Andare a aprile significherebbe sciogliere le Camere entro la fine di gennaio o al massimo i primi di febbraio.

«La stabilità del governo è una priorità, ma non si può governare in eterno con alleati che guardano ognuno dalla propria parte», ha detto un esponente di Fratelli d’Italia che ha preferito non essere citato per nome.

I rischi di un voto anticipato

Yet la mossa non è priva di rischi. Sciogliere il Parlamento adesso vorrebbe dire rinunciare a portare a casa almeno tre riforme che Meloni ha promesso agli elettori: la riforma fiscale, quella della giustizia e il cantiere ancora aperto del premierato. Perdere quelle bandiere prima del voto potrebbe costare più del previsto in termini di credibilità.

And poi c’è l’opposizione. Il Partito Democratico di Elly Schlein ha risalito la china nei consensi, attestandosi intorno al 23 per cento. Un risultato che, combinato con un Movimento 5 Stelle in ripresa sotto la guida di Giuseppe Conte, potrebbe rendere la partita più complicata di quanto i numeri attuali sembrino suggerire.

Cosa succede ora

Le prossime settimane saranno decisive. Meloni sa che non può permettersi di sembrare in fuga dalla crisi, ma sa anche che rimandare all’infinito significa consumare capitale politico giorno dopo giorno. Il voto ad aprile resta un’opzione concreta. Ma dipenderà molto da come si comporteranno, nelle prossime ore, le due Leghe e le due Forza Italia.

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