Stretto di Hormuz in crisi: effetti su mercati e prezzi del petrolio

Lo Stretto di Hormuz torna a fare paura. La rotta che collega il Golfo Persico al Mare Arabico — attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — è di nuovo al centro di tensioni che stanno agitando i mercati finanziari e riaccendendo i timori su forniture energetiche già fragili.

Un corridoio che vale miliardi

Ogni giorno, attraverso quello specchio d’acqua largo appena 33 chilometri nel punto più stretto, passano circa 17 milioni di barili di greggio. Un numero che basta da solo a capire la posta in gioco. Se il traffico si bloccasse anche solo per 48 ore, gli effetti si sentirebbero immediatamente sulle borse di tutto il mondo. E non solo lì.

Il Brent ha già risposto nervosamente alle ultime notizie, segnando oscillazioni superiori al 3% in una singola seduta. Gli analisti di Goldman Sachs stimano che uno scenario di blocco prolungato potrebbe spingere il prezzo del barile oltre quota 120 dollari.

I mercati tremano, l’Europa osserva

Le borse europee hanno chiuso in ribasso per tre sedute consecutive. Milano ha ceduto l’1,8%, Francoforte ha fatto peggio con un -2,1%. Ma il nervosismo vero si legge sui mercati dei derivati, dove i contratti futures sul petrolio raccontano un’ansia che i comunicati ufficiali ancora faticano ad ammettere.

«Siamo in una fase di estrema volatilità — ha dichiarato un funzionario dell’Agenzia Internazionale dell’Energia — e qualsiasi escalation nello Stretto di Hormuz avrebbe conseguenze immediate e difficilmente controllabili sul prezzo delle materie prime.»

Le compagnie di assicurazione marittime hanno già alzato i premi per le navi cisterna che transitano nell’area. Un segnale concreto, non retorico.

L’Italia e la dipendenza energetica

Per l’Italia la questione non è astratta. Il paese importa ancora una quota significativa del suo fabbisogno energetico attraverso rotte che dipendono, direttamente o indirettamente, dalla stabilità del Golfo Persico. Un aumento sostenuto dei prezzi del petrolio si tradurrebbe in bollette più care, trasporti più costosi, e una pressione inflazionistica che la Banca Centrale Europea fatica già a contenere.

L’inflazione nell’Eurozona è tornata sotto il 3%, ma uno shock energetico potrebbe vanificare mesi di politica monetaria restrittiva.

Cosa può succedere adesso

Gli scenari sul tavolo sono due. Il primo, quello ottimista, prevede una de-escalation diplomatica nelle prossime settimane con il coinvolgimento degli Stati Uniti e dei paesi del Golfo. Il secondo è meno rassicurante: un protrarsi delle tensioni che trasformi lo Stretto in un collo di bottiglia permanente, con effetti a cascata su tutta l’economia globale.

Still, c’è chi ricorda che non è la prima volta che Hormuz finisce nel mirino. E che, fino ad oggi, il mondo ha sempre trovato un modo per tenere aperta quella porta sul petrolio. Ma stavolta, il contesto geopolitico è più complicato. E la pazienza dei mercati ha un limite.

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