Stretto di Hormuz: gli sceicchi offrono miliardi per evitare il blocco

Lo stretto di Hormuz rischia di diventare il punto più caldo del pianeta, e non solo in senso geopolitico. Secondo fonti diplomatiche vicine ai negoziati, i Paesi del Golfo Persico sarebbero disposti a versare un «contributo» economico sostanziale pur di evitare una chiusura che potrebbe costare fino a 90 miliardi di dollari di danni complessivi all’economia globale.

Il costo di un blocco che nessuno vuole davvero

I numeri fanno paura. Attraverso lo stretto di Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e quasi un terzo del gas naturale liquefatto del pianeta. Una chiusura anche solo parziale di quella lingua d’acqua larga 33 chilometri provocherebbe uno shock energetico immediato, con ricadute su prezzi alla pompa, bollette e catene di approvvigionamento industriale in tutto il mondo. Le stime più pessimistiche parlano di danni per 90 miliardi di dollari, ma c’è chi ritiene che la cifra reale potrebbe essere anche più alta.

E allora gli sceicchi hanno fatto i loro calcoli. Meglio pagare ora che subire perdite ben maggiori dopo.

La proposta dei Paesi del Golfo

Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Kuwait avrebbero avviato contatti riservati per costruire un pacchetto economico che funzioni da incentivo — o da compensazione, a seconda del punto di vista — per mantenere aperta la via marittima. I dettagli del «contributo» non sono stati resi pubblici, ma si parla di cifre nell’ordine delle decine di miliardi, distribuite su più anni e veicoli finanziari diversi.

«La priorità assoluta è garantire la stabilità dei flussi energetici», ha dichiarato un funzionario del Consiglio di cooperazione del Golfo, senza entrare nei dettagli dell’offerta.

Still, la proposta non è priva di rischi politici. Accettarla significherebbe riconoscere implicitamente che esistono attori in grado di minacciare lo stretto in modo credibile — e questo cambierebbe gli equilibri di tutta la regione.

Tensioni che vengono da lontano

La pressione su Hormuz non è nuova. L’Iran ha minacciato più volte di chiuderlo in risposta a sanzioni occidentali o a escalation militari. Ma le ultime settimane hanno visto un’intensificazione delle tensioni, con movimenti navali anomali segnalati da diverse intelligence occidentali. Washington ha rafforzato la sua presenza nella regione con due gruppi da battaglia aggiuntivi.

So la domanda vera è: il «contributo» degli sceicchi basterà a comprare stabilità? O si tratta di una soluzione tampone destinata a durare pochi mesi?

Cosa succede adesso

I negoziati sono ancora in corso e non è escluso un vertice straordinario nelle prossime settimane. L’Unione europea, che dipende fortemente dalle forniture energetiche del Golfo, segue la situazione con attenzione crescente. Bruxelles ha già avviato colloqui informali con Riyadh e Abu Dhabi.

Quel che è certo è che Hormuz non è mai stato così al centro dell’agenda diplomatica globale. E che i prossimi trenta giorni potrebbero essere decisivi.

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