Scuola primaria di Monfalcone: 560 stranieri su 734 iscritti

A Monfalcone, piccola città portuale del Friuli-Venezia Giulia, una scuola primaria è diventata il simbolo di una trasformazione demografica che sta attraversando molte comunità del Nord Italia. Su 734 nuovi iscritti, ben 560 sono figli di famiglie straniere. Un dato che ha riacceso il dibattito sull’integrazione scolastica e sulla tenuta del sistema educativo pubblico nei quartieri a forte concentrazione immigrata.

Una composizione che cambia anno dopo anno

Non è successo dall’oggi al domani. La progressione è stata graduale ma costante, alimentata dall’insediamento di numerose famiglie provenienti soprattutto dal Bangladesh nella zona industriale e portuale della città. Monfalcone ospita il cantiere navale Fincantieri, che negli anni ha attirato manodopera straniera in quantità crescente. E con i lavoratori sono arrivate le famiglie, i figli, e infine i bambini nelle aule.

I numeri parlano chiaro: il 76% degli iscritti alla scuola elementare di riferimento ha origini non italiane. Ma il problema — se così si vuole chiamarlo — non è tanto la presenza straniera in sé, quanto l’effetto opposto: la fuga delle famiglie italiane verso altri istituti. “Fermare l’emorragia di studenti italiani non è facile,” ha ammesso un funzionario dell’ufficio scolastico regionale, senza nascondere la complessità della situazione. “Le famiglie fanno scelte comprensibili, ma che rischiano di creare ghetti scolastici che non aiutano nessuno.”

Still, la scuola va avanti. Gli insegnanti lavorano con classi in cui a volte l’italiano è una seconda lingua per la maggioranza degli alunni. I tempi di apprendimento si allungano. Le risorse — mediatori culturali, insegnanti di supporto, ore aggiuntive di lingua — non sempre arrivano in quantità sufficiente.

Il rischio della separazione involontaria

Quel che preoccupa gli esperti è il meccanismo di autoselezione che si innesca. Le famiglie italiane che possono permettersi di scegliere — o che hanno la mobilità per farlo — iscrivono i figli in scuole di altri quartieri o di comuni limitrofi. E così facendo accelerano lo stesso processo che vogliono evitare.

È un circolo che si autoalimenta. E spezzarlo richiede molto più di un semplice appello alla coesione sociale.

A livello nazionale, il caso di Monfalcone non è isolato. Ci sono situazioni simili a Milano, Brescia, Prato. Ma qui la scala è più visibile, più immediata. In una città di circa 28.000 abitanti, certi segnali si leggono subito.

Le soluzioni sul tavolo includono una redistribuzione più equilibrata degli alunni stranieri tra gli istituti del territorio, un rafforzamento dei percorsi di italiano L2 e investimenti strutturali nelle scuole dei quartieri più esposti. Ma queste misure richiedono volontà politica e finanziamenti certi — due variabili tutt’altro che garantite nell’attuale contesto.

Nel frattempo, i bambini entrano in classe ogni mattina. Italiani e stranieri, insieme, a imparare a leggere e a scrivere. Forse è lì, più che nei dibattiti degli adulti, che si decide davvero come andrà a finire.

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