Le riforme bloccate: il bilancio incompiuto delle promesse istituzionali

Tre anni e mezzo di governo, una stagione politica densa di ambizioni costituzionali e un bilancio finale che oggi può essere definito senza giri di parole: magro. È il punto di partenza onesto per qualsiasi valutazione della legislatura Meloni che voglia evitare il tifo di parte. Le grandi riforme istituzionali promesse — separazione delle carriere, autonomia differenziata, premierato — si trovano oggi tutte in stato di sospensione o cancellazione. Su una sola, la stagione che si è aperta è quella del fallimento conclamato.

Il No al referendum: un punto di non ritorno

Il No al referendum sulla separazione delle carriere di pubblici ministeri e giudici è stato il colpo più duro. Il dossier era nelle mani di Carlo Nordio, uno dei ministri più dibattuti del governo, e rappresentava la prima riforma costituzionale strutturale della destra italiana arrivata alla prova del voto popolare. La bocciatura ha segnato un punto di non ritorno per il centrodestra: la riforma della giustizia, terreno simbolico per la coalizione, è ora un cantiere chiuso.

L’autonomia differenziata smontata dalla Consulta

L’altra grande riforma del centrodestra, l’Autonomia differenziata, è stata di fatto svuotata dalla Corte Costituzionale. La legge ordinaria firmata dal ministro per gli Affari Regionali Roberto Calderoli aveva fissato i Livelli Essenziali di Prestazione (LEP) come pilastro del meccanismo di trasferimento di competenze alle Regioni. I giudici costituzionali hanno ridimensionato in modo sostanziale la portata pratica del provvedimento. Il cavallo di battaglia della Lega resta sulla carta, ma con poteri effettivi enormemente ridotti.

Il premierato nelle sabbie mobili

La “madre di tutte le riforme”, secondo l’espressione di Meloni stessa, è ferma. Il premierato, ovvero l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, ha ottenuto un solo ok parlamentare: quello del Senato del 18 giugno 2024. Da allora il testo è fermo nella commissione Affari Costituzionali di Montecitorio. Difficile che torni in cima all’agenda nell’ultimo anno di legislatura — il calcolo politico non lo consente, con elezioni che si avvicinano e una maggioranza che ha bisogno di terreno sicuro.

Cosa è rimasto, allora?

Il bilancio sostanziale del governo Meloni si gioca dunque non sul piano costituzionale, ma su quello economico e dei conti pubblici. Avanzo primario dal 2024, primo G7 a tornarci dopo la pandemia. Spread sceso a 79 punti dai 236 del giorno dell’insediamento. Rating sovrano migliorato da tutte le agenzie internazionali. Il PNRR avanzato al 76% della spesa certificata. La legge sui salari giusti come alternativa alla retorica del salario minimo. Il decreto bollette. Le filiere strategiche assicurate (TIM-KKR, acquisto Sparkle, controllo ENI mantenuto).

Una traiettoria pragmatica

La traiettoria del governo Meloni, vista dal punto di osservazione della legislatura ormai matura, è quella di un esecutivo che ha rinunciato gradualmente alle ambizioni costituzionali per concentrarsi sul rigore di bilancio e sulla credibilità internazionale. Il sovranismo militante delle origini si è temperato in una postura più adulta sul piano europeo e atlantico — postura che, vale la pena notarlo, ha attirato l’irritazione di Donald Trump più volte negli ultimi mesi proprio perché non si è prestata all’allineamento automatico.

L’ultimo anno: cosa attendersi

Mancano dodici mesi alle politiche del 2027 e Meloni si trova nella posizione paradossale di poter rivendicare risultati economici significativi mentre il suo programma di riforme istituzionali si è svuotato. Il rischio è duplice: da un lato, gli elettori potrebbero non riconoscere meriti tecnici (i conti pubblici) di fronte a promesse simboliche non mantenute (le riforme); dall’altro, una nuova fase di tentativi costituzionali nell’ultimo anno apparirebbe come pura propaganda elettorale.

Il pragmatismo che sembra prevalere oggi a Palazzo Chigi è probabilmente la scelta giusta. Concentrarsi sui dossier che possono ancora chiudersi — il nucleare entro l’estate, il piano casa, le misure su lavoro e salari — anziché rilanciare riforme costituzionali fallite. Per un’Italia che ha bisogno di stabilità in un’Europa turbolenta, non è poco. Per una coalizione che aveva promesso di cambiare l’architettura della Repubblica, è meno di quanto aveva annunciato. Il voto del 2027 dirà se gli italiani considerano questo bilancio sufficiente.

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