Opinione: l’Europa ha bisogno di una dottrina della difesa che sopravviva a questa crisi
Mentre la guerra con l’Iran si trascina nel suo terzo mese, l’Unione europea è costretta ad affrontare una domanda che ha accuratamente eluso per due decenni: qual è la dottrina della difesa europea quando gli Stati Uniti sono impegnati altrove?
La finestra aperta dalla guerra
Il conflitto è iniziato il 28 febbraio. Nelle dieci settimane successive, gli Stati Uniti hanno ridispiegato assetti navali e aerei dal teatro indo-pacifico al Golfo Persico e al Mediterraneo orientale. L’attenzione americana si è allontanata dalla sicurezza europea — in modo visibile sull’Ucraina, dove l’onere del sostegno militare e finanziario è sempre più a carico dell’UE e del Regno Unito; in modo meno visibile, ma non meno rilevante, nell’Indo-Pacifico, dove gli interessi europei nelle rotte commerciali marittime e nelle catene di approvvigionamento delle terre rare sono ora esposti all’assertività cinese con una garanzia americana sempre più ridotta.
Il vertice Trump-Xi a Pechino del 14-15 maggio rafforza questo punto. Qualunque cosa dica il comunicato congiunto di venerdì, il calcolo pacifico a Washington è cambiato in modo decisivo. Un alto funzionario del SEAE lo ha detto senza mezzi termini ai colleghi questa settimana: «Il nostro compito è lo stesso: costruire la capacità europea di agire quando l’attenzione americana è rivolta altrove.»
Cosa ha significato — e cosa non ha significato — l’«autonomia strategica»
L’espressione «autonomia strategica» è stata la cornice del consenso a Bruxelles dal 2016. In pratica, ha coperto tre cose distinte: l’autonomia industriale (lo sviluppo della capacità dell’industria della difesa europea), l’autonomia operativa (la capacità di condurre missioni senza risorse statunitensi) e l’autonomia politica (la volontà di agire in modo indipendente quando gli interessi americani ed europei divergono).
Sul fronte dell’autonomia industriale, l’UE ha compiuto progressi misurabili. Il Programma industriale europeo per la difesa, lo Strumento europeo per la pace e il Prestito di sostegno all’Ucraina sono strumenti concreti sostenuti da risorse reali — 90 miliardi di euro nel periodo 2026-2027 per quest’ultimo. Sul fronte dell’autonomia operativa, i progressi sono parziali: l’UE dispone di strutture (lo Stato maggiore dell’UE, la Direzione per la gestione delle crisi e la pianificazione), ma manca delle capacità ISR, di attacco a lungo raggio, di trasporto aereo strategico e di comando e controllo che renderebbero credibili operazioni realmente autonome su larga scala. Sul fronte dell’autonomia politica, il deficit è più evidente: le posizioni nazionali divergenti su Cina, Medio Oriente e futuro della NATO hanno ripetutamente frammentato le risposte dell’UE.
Il Consiglio Affari Esteri di giugno e il Consiglio europeo d’autunno
Il prossimo punto di svolta è il Consiglio Affari Esteri di luglio, dove i ministri della difesa torneranno sulla questione della mobilitazione dello Strumento europeo per la pace. Oltre a ciò, il Consiglio europeo d’autunno dovrebbe affrontare la revisione della bussola strategica e la proposta di una «postura di difesa dell’UE» — un documento che, se redatto con la giusta ambizione, potrebbe colmare il vuoto dottrinale.
Il rischio è lo stesso del 2017, del 2020 e del 2022: che un momento di pressione acuta produca nuova retorica, nuovi bilanci e nuove strutture, ma non l’accordo politico di fondo su cosa l’Europa è disposta a difendere, dove e a quale costo. Senza quell’accordo, nessun programma di acquisizione — per quanto ingente — si tradurrà in deterrenza.
Cosa deve dire la dottrina
Una dottrina europea della difesa operativa nel 2026 deve rispondere a quattro domande, per iscritto e con il sostegno del bilancio:
Primo, qual è il perimetro? Si tratta del confine esterno dell’UE, dell’area dell’articolo 5 della NATO, del più ampio vicinato europeo, o di zone più lontane (le linee di comunicazione indo-pacifiche, il Sahel)?
Secondo, contro quali minacce? L’aggressione convenzionale russa, le minacce ibride, il terrorismo, i cyberattacchi, gli attacchi alle infrastrutture sottomarine, o tutte le precedenti?
Terzo, con quali capacità? Quali lacune colmerà l’UE in autonomia (fuochi a lungo raggio, difesa aerea e antimissile integrata, trasporto aereo strategico) e su quali continuerà a fare affidamento sulla NATO e sugli Stati Uniti?
Quarto, sotto il comando di chi? La persistente ambiguità tra le catene di comando dell’UE e della NATO, e tra le autorità del Consiglio e quelle nazionali, deve essere risolta a livello politico.
Il costo dell’inazione
Sviluppare la capacità di difesa europea è costoso. Non farlo, in un momento in cui l’attenzione americana è strutturalmente dirottata altrove, è ancora più costoso. La guerra con l’Iran ha compresso le tempistiche che altrimenti si sarebbero estese per un decennio. L’estate del 2026 potrebbe essere l’ultimo momento in cui l’UE può elaborare una dottrina in modo reattivo, piuttosto che in condizioni di crisi. Le riunioni del Consiglio europeo di giugno e di ottobre devono produrre risultati concreti — o sarà la prossima crisi a dettare l’agenda.
Le opinioni espresse in questo articolo di commento sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di EuroInsight.
