Salotto mondiale Paola Ferrari: vecchio e provinciale secondo i critici
Il salotto mondiale di Paola Ferrari è finito nel mirino della critica televisiva italiana. Quello che la Rai propone come il grande show di accompagnamento ai Mondiali di calcio appare, agli occhi di molti osservatori, come un format polveroso, ancorato a un’estetica anni Novanta che il pubblico più giovane fatica persino a riconoscere.
Un format che non convince
Basta guardare i numeri. Gli ascolti del programma oscillano tra l’8 e il 10% di share nelle fasce orarie più favorevoli, cifre che per un appuntamento legato al calcio mondiale rappresentano quasi un fallimento. E i social network non perdonano: hashtag ironici, meme, clip ritagliate e rimontate per ridicolizzarne i momenti più goffi. Il pubblico parla, eccome.
Il problema non è Paola Ferrari in quanto persona. È il progetto attorno a lei. Ospiti sempre gli stessi, dibattiti che girano a vuoto, scenografie che sembrano uscite da uno studio televisivo del 2002. Still, la Rai continua a proporre questo schema come se il mondo della comunicazione sportiva si fosse fermato.
La televisione sportiva italiana è rimasta indietro
Ma il confronto con le produzioni straniere è impietoso. BBC, TF1, ARD: i grandi broadcaster europei hanno investito in linguaggi nuovi, infografiche in tempo reale, contributi da tutto il mondo. Qui si resta nel salottino, con il divano e i cuscini, a sentire ex calciatori che ripetono concetti già sentiti tre volte nella stessa settimana.
«Il problema strutturale della televisione sportiva pubblica italiana è che non riesce a rinnovarsi perché non ne sente l’urgenza», ha dichiarato un dirigente di settore che ha preferito mantenere l’anonimato. «Si ragiona ancora per logiche interne, non per il pubblico.»
È una critica che va oltre il caso singolo. Il salotto mondiale di Ferrari è solo la punta di un iceberg fatto di abitudini consolidate, di volti sempre uguali, di una narrazione del calcio che ignora la complessità tattica, il contesto culturale, le storie umane dei protagonisti.
Il pubblico giovane è già altrove
Gli under 35 non guardano più la tv lineare per seguire il calcio. Lo fanno su piattaforme streaming, su YouTube, su Twitch, dove i creator indipendenti offrono analisi più fresche in 20 minuti di quanto certi programmi Rai non riescano a fare in un’ora e mezza. Il dato è brutale: secondo stime di settore, oltre il 60% dei giovani italiani tra i 18 e i 30 anni consuma calcio esclusivamente online.
E questo non è un problema di Paola Ferrari. È un problema di sistema.
Cosa potrebbe cambiare
So, la domanda vera è: la Rai vuole davvero cambiare? Ci sono voci interne che spingono per un rinnovamento del format, con più tecnologia, più voci diverse, meno nostalgia. Ma i tempi della televisione pubblica sono lenti, e i prossimi Mondiali del 2026 potrebbero arrivare prima di qualsiasi rivoluzione reale. Won’t be easy, comunque vada.
