Intesa, Mps e Bpm: la partita finale del riassetto bancario

Il riassetto bancario italiano entra nella fase più delicata. Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm sono protagonisti di un intreccio di operazioni che potrebbe ridefinire gli equilibri di potere nella grande finanza del Paese.

Le mosse di Intesa Sanpaolo

Intesa Sanpaolo ha messo sul tavolo un’offerta da 13,3 miliardi di euro per rilevare le attività di Banco Bpm. L’operazione, che prevede un rapporto di cambio di 0,175 azioni ordinarie Intesa per ogni azione Bpm, ha sorpreso il mercato per i tempi e le modalità. Ma c’è di più: l’istituto guidato da Carlo Messina non nasconde l’interesse per alcuni asset strategici di Monte dei Paschi, in particolare la rete distributiva toscana e parte del portafoglio crediti.

La banca senese, che ha visto lo Stato ridurre progressivamente la propria quota dall’11,7% attuale, rappresenta l’ultimo tassello di una privatizzazione travagliata. Il Tesoro punta a un’uscita definitiva entro la fine del 2024.

Le resistenze di Banco Bpm

Banco Bpm non ci sta. Il cda ha respinto l’offerta definendola “inadeguata” e ha rilanciato con un piano industriale autonomo che prevede 3,2 miliardi di utili cumulati entro il 2027. L’istituto milanese aveva già avviato trattative separate con Mps per una possibile aggregazione tra pari, un’operazione che creerebbe il terzo polo bancario italiano con oltre 200 miliardi di euro di attivi.

“Ci sono tutte le condizioni per costruire un’alternativa credibile”, ha dichiarato un alto dirigente bancario che preferisce mantenere l’anonimato. “Il mercato deve valutare con attenzione le reali sinergie industriali”.

I nodi politici e regolatori

La partita non è solo economica. Dietro le quinte si muovono equilibri politici delicati. Il governo osserva con interesse, consapevole che da queste operazioni dipenderà l’assetto del credito alle imprese italiane per i prossimi dieci anni. La Bce ha già fatto sapere che valuterà con attenzione gli impatti sulla stabilità sistemica.

And poi c’è la questione occupazionale: si stimano almeno 4.500 esuberi in caso di fusione Intesa-Bpm, contro i 2.800 previsti nell’ipotesi Bpm-Mps.

Le prossime settimane saranno decisive. Il mercato attende mosse concrete e i sindacati hanno già annunciato mobilitazioni. Il riassetto della grande finanza italiana è appena iniziato, ma gli effetti si faranno sentire ben oltre Piazza Affari.

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