Opinione: l’Europa ha bisogno di una dottrina della difesa che sopravviva all’attuale crisi
L’Unione europea ha trascorso gli ultimi quattro anni a riscoprire il potere militare, ma non è ancora riuscita ad articolare una dottrina della difesa coerente che renda duraturo il suo riarmo. Senza di essa, il blocco rischia di ricadere in uno schema fin troppo noto: l’ambizione cresce a ogni crisi e si affievolisce non appena i riflettori si spengono.
Ogni nuovo shock dal 2022 in poi ha prodotto annunci di grande effetto. Una guerra sul fianco orientale ha generato impegni di spesa per la difesa senza precedenti. Una nuova amministrazione americana poco incline a garantire la sicurezza europea ha rilanciato il dibattito sull’autonomia strategica. Un conflitto che si allarga in Medio Oriente ha riportato l’attenzione sulla protezione dei corridoi marittimi strategici. Il risultato, tuttavia, è più un accumulo di risposte che una vera strategia.
Una dottrina autentica dovrebbe partire da una definizione chiara degli obiettivi del blocco su più livelli: distinguendo tra interessi vitali, per i quali gli europei devono essere in grado di agire in modo autonomo, interessi rilevanti, per i quali il coordinamento con gli alleati è imprescindibile, e obiettivi più ampi, per i quali il blocco opera nell’ambito di quadri multilaterali. Una simile chiarezza consentirebbe di calibrare le capacità, la struttura delle forze e le priorità negli appalti per la difesa.
Richiederebbe inoltre risposte oneste a domande che i leader europei hanno in larga misura eluso. Chi decide sull’uso della forza in scenari che non raggiungono la soglia dell’invocazione dell’Articolo 5. Come vengono organizzate le relazioni di comando tra le forze armate nazionali, le strutture della NATO e un eventuale futuro comando europeo. Come si mantiene la credibilità della deterrenza collettiva quando la coerenza politica del blocco non può essere data per scontata da un vertice all’altro.
La politica industriale è l’altra faccia della medaglia. La frammentazione degli appalti europei per la difesa — con decine di programmi concorrenti per capacità analoghe — rappresenta un onere strategico da decenni. La Strategia industriale europea per la difesa, il Fondo europeo per la difesa e le iniziative di appalto congiunto hanno cominciato a modificare gli incentivi, ma la resistenza politica al consolidamento, tanto per ragioni di sovranità quanto per la tutela degli interessi industriali nazionali, rimane ostinata.
L’opinione pubblica, spesso invocata come il principale vincolo, potrebbe essere meno restrittiva di quanto si ritenga comunemente. I sondaggi condotti in tutto il blocco mostrano con regolarità maggioranze favorevoli a una cooperazione europea più solida in materia di difesa, anche se la disponibilità a investire in bilanci della difesa più elevati è più disomogenea. Il compito più arduo è tradurre un sostegno pubblico diffuso nel tipo di impegno politico sostenuto che sopravviva ai cicli elettorali.
Il tempo non gioca a favore dell’Europa. Costruire una capacità militare seria richiede anni, a volte decenni, e il contesto strategico difficilmente diventerà più favorevole. Una dottrina della difesa non può sostituire l’azione, ma agire senza dottrina si è rivelato costoso. La finestra per elaborare la prima, mentre si porta avanti la seconda, è aperta adesso e difficilmente resterà tale a tempo indefinito.
