Opinione: La prova più difficile della BCE sarà resistere alla tentazione di reagire in modo eccessivo
La politica monetaria nel 2026 si preannuncia come una prova di nervi per la Banca centrale europea. La zona euro si trova ad affrontare uno shock energetico dal lato dell’offerta che ha spinto l’inflazione complessiva oltre il tre per cento, mentre la crescita economica si è di fatto fermata. La tentazione di apparire attivi, di fare qualcosa — qualsiasi cosa — sarà forte. Resistervi potrebbe essere la scelta giusta.
La storia delle banche centrali è ricca di episodi ammonitori legati agli shock dal lato dell’offerta. La ricetta convenzionale, codificata dopo l’esperienza inflazionistica degli anni Settanta, prevede di ignorare gli effetti di primo impatto di uno shock energetico, restando però vigili sui cosiddetti effetti di secondo impatto, quelli che si trasmettono attraverso i salari e le aspettative di inflazione. La difficoltà è sempre stata quella di distinguere tra i due in tempo reale.
I dati attuali offrono sia elementi rassicuranti che motivi di preoccupazione. L’inflazione di fondo, al netto delle componenti volatili di alimentari ed energia, ad aprile è scesa anziché salire, a indicare che le dinamiche inflazionistiche sottostanti non sono ancora state contagiate. I dati del tracker salariale e i sondaggi segnalano un allentamento delle pressioni sui costi del lavoro, non un’accelerazione. Le aspettative di inflazione a lungo termine, sia quelle desunte dagli indicatori di mercato sia quelle rilevate tra i previsori professionisti, restano ancorate vicino all’obiettivo del due per cento della banca.
Al tempo stesso, l’effetto cumulato degli elevati prezzi dell’energia, dell’incertezza geopolitica e di un contesto esterno debole sta comprimendo i redditi reali e frenando la fiducia. La zona euro è cresciuta a malapena nel primo trimestre. Un inasprimento monetario azzardato, che si aggiungesse a questi venti contrari, potrebbe spingere il blocco verso una recessione evitabile proprio mentre l’ambiente commerciale globale si fa più ostile.
Christine Lagarde ha finora mantenuto un approccio improntato alla pazienza, sottolineando la dipendenza dai dati, la valutazione riunione per riunione e l’assenza di impegni preventivi. Il Consiglio direttivo ha preferito mantenere i tassi fermi piuttosto che intervenire. Tale postura ha il pregio di preservare la flessibilità di manovra e il difetto di deludere chi interpreta l’esitazione come una forma di debolezza. In politica monetaria, la moderazione è spesso la scelta più difficile.
Alcuni osservatori esterni e una minoranza di esponenti del board sostengono almeno un inasprimento precauzionale, per ancorare le aspettative e inviare un segnale di credibilità. Il rischio di questo approccio è di infliggere danni alla domanda nel tentativo di fronteggiare un problema che non si è ancora materializzato, e di farlo in un momento in cui lo spazio fiscale è limitato e le riforme strutturali sono politicamente difficili da attuare.
La strada più saggia, a giudizio di chi scrive, è mantenere stabile il tasso di riferimento, comunicare con chiarezza le condizioni in presenza delle quali la banca sarebbe pronta ad agire e lasciare che siano i dati a parlare. Se l’inflazione di fondo dovesse riprendere a salire e i rinnovi salariali cominciassero a incorporare aspettative di prezzi più elevati, il caso per intervenire diventerebbe inequivocabile. Nel frattempo, il contributo più importante che la banca può offrire alla stabilità dei prezzi nel medio termine potrebbe essere semplicemente quello di mantenere i nervi saldi.
