Stretto di Hormuz, Trump sfida l’Iran: «È territorio Usa»
Lo stretto di Hormuz non è più solo una rotta commerciale contesa. È diventato il nuovo campo di battaglia retorica tra Washington e Teheran, dopo che Donald Trump ha lanciato un’affermazione che ha fatto sobbalzare mezzo mondo: il passaggio strategico tra il Golfo Persico e il Mare Arabico — attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — sarebbe, secondo il presidente americano, sotto controllo statunitense.
La dichiarazione che ha scosso il Golfo
Trump ha usato parole dirette, senza margine di ambiguità. Ha definito Hormuz «territorio Usa», rivendicando implicitamente un ruolo di guardiano esclusivo di uno dei punti più strategici del pianeta. La reazione di Teheran non s’è fatta attendere: i Pasdaran hanno risposto che qualsiasi tentativo di «occupazione» dello stretto sarebbe considerato un atto di guerra. E intanto, nelle ultime ore, gli Emirati Arabi Uniti hanno attivato i sistemi di allerta antimissile sul loro territorio, in quello che fonti militari locali descrivono come un esercizio precauzionale ma tempestivo.
L’allarme missili negli Emirati
Abu Dhabi e Dubai non sono nuove alle tensioni nel Golfo. Ma stavolta l’attivazione dei sistemi di difesa — inclusi i batterie Patriot posizionate nel paese dal 2022 — ha assunto un sapore diverso. Le sirene sarebbero scattate dopo segnalazioni di movimenti di missili balistici nella regione attribuiti a milizie filo-iraniane. Un funzionario degli Emirati, che ha chiesto di non essere identificato, ha confermato che «la situazione è monitorata h24 e le nostre forze sono in stato di allerta elevata». Nessuna esplosione, nessun impatto. Ma il messaggio era chiaro.
Tre vettori aerei militari americani si trovavano ieri nella zona del Golfo, secondo dati di tracciamento aperti. Non è un dettaglio secondario.
Cosa c’è davvero in gioco
Lo stretto di Hormuz misura appena 33 chilometri nel punto più stretto. Eppure da lì passano ogni giorno circa 17 milioni di barili di greggio. Bloccarlo — o anche solo minacciare di bloccarlo — significa mandare i mercati petroliferi nel panico. L’Iran lo sa bene. L’ha minacciato decine di volte negli ultimi vent’anni. E stavolta, con le sanzioni americane nuovamente in fase di inasprimento, Teheran ha tutto l’interesse a mantenere alta la pressione senza però varcare la soglia dello scontro aperto.
Trump, dal canto suo, gioca una partita domestica oltre che internazionale. La retorica muscolare sul Golfo rafforza la sua immagine di presidente che non indietreggia, proprio mentre i negoziati sul nucleare iraniano sembrano essersi arenati.
Uno scenario che non si sgonfierà presto
Nessuno, al momento, parla di guerra imminente. Ma i segnali che arrivano dalla regione — l’allerta emiratina, i movimenti navali, le dichiarazioni di Trump — disegnano un quadro di tensione strutturale destinato a durare. Le prossime settimane diranno se la crisi resterà sul piano simbolico o se qualcuno, da una parte o dall’altra, deciderà di alzare davvero la posta.
