Trump e i pasdaran: “È come il Vietnam, non ha alternative”
Joshua Landis, uno dei più autorevoli esperti americani di Medio Oriente, non usa mezze misure: l’accordo nucleare che Washington sta cercando di imbastire con Teheran ricorda pericolosamente la ritirata dal Vietnam. Trump, sostiene lo studioso dell’Università dell’Oklahoma, non sta negoziando da una posizione di forza. Sta cedendo perché non può fare altro.
Il paragone con il Vietnam che fa discutere
Landis ha rilasciato una lunga analisi in cui spiega perché la Casa Bianca si trova in una posizione scomoda. “Gli Stati Uniti hanno esaurito le opzioni militari credibili contro l’Iran”, ha detto. “Colpire le centrifughe di Natanz o Fordow significherebbe scatenare una risposta regionale che nessuno a Washington è disposto a gestire adesso.” E allora si tratta. Si tratta anche se dall’altra parte del tavolo siedono i Guardiani della Rivoluzione, i pasdaran, che da decenni sono classificati come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti stessi.
Il parallelo vietnamita non è retorico. Nel 1973 Nixon firmò gli accordi di Parigi sapendo che il Sud Vietnam sarebbe caduto. Erano due anni dopo. Qui il rischio, secondo Landis, è simile: un accordo che congela la situazione senza risolverla, lasciando all’Iran il tempo per consolidare il programma nucleare.
Cosa chiedono i pasdaran
I termini che circolano nelle cancellerie europee, secondo fonti diplomatiche consultate nelle ultime settimane, prevederebbero un alleggerimento delle sanzioni in cambio di un rallentamento nell’arricchimento dell’uranio. Teheran ha già raggiunto livelli di arricchimento all’84%, un passo dal 90% necessario per uso militare. Numeri che rendono il negoziato urgente, ma anche estremamente scivoloso.
Still, Washington non sembra avere fretta di cedere su tutto. Un funzionario americano, parlando in forma anonima, ha dichiarato: “Non firmeremo nulla che non includa verifiche internazionali stringenti. L’esperienza del 2015 ci ha insegnato qualcosa.” Ma è difficile capire quanto questa linea reggerà sotto la pressione dei prossimi mesi.
L’Europa guarda e aspetta
Francia, Germania e Regno Unito — il cosiddetto E3 — sono stati esclusi dai contatti diretti iniziali tra americani e iraniani. Una scelta che ha irritato Parigi e Berlino. Yet Bruxelles non ha ancora reagito ufficialmente, intrappolata tra la necessità di sostenere la linea atlantica e la consapevolezza che un accordo senza garanzie solide sarebbe peggio di nessun accordo.
Landis è netto: “Trump vuole una vittoria diplomatica da portare a casa. I pasdaran lo sanno e stanno alzando il prezzo ogni settimana che passa.”
Cosa succederà adesso
I prossimi 60 giorni saranno decisivi. I negoziati tecnici dovrebbero riprendere a Ginevra, probabilmente entro fine maggio. Ma l’ombra delle elezioni di midterm americane del 2026 aleggia già su ogni mossa della Casa Bianca. E questo, storicamente, non è mai un buon presupposto per una diplomazia paziente.
