Morte di Fakir: 38 minuti di ritardi, ambulanza senza medico e soccorsi bloccati
Trentotto minuti. È questo il tempo che separa l’arrivo della volante della polizia dalla morte di Fakir, un uomo la cui fine solleva oggi domande pesanti su chi doveva salvarlo e perché non l’ha fatto. Una storia di protocolli disattesi, comunicazioni interrotte e una catena di responsabilità che la procura sta ora cercando di ricostruire.
L’arrivo della volante e i primi minuti critici
Gli agenti erano sul posto già alle 22.47. Fakir era a terra, in stato di incoscienza, e la situazione appariva subito grave. Ma i soccorritori del 118, arrivati con l’ambulanza pochi minuti dopo, si sono fermati. Fermi, in attesa. Non per mancanza di volontà, stando alle prime ricostruzioni, ma perché sul mezzo non c’era nessun medico. Solo un equipaggio di base, che secondo le procedure interne non poteva intervenire su certi tipi di emergenza senza l’autorizzazione esplicita delle forze dell’ordine presenti.
E quella autorizzazione, per ragioni ancora da chiarire, non è arrivata subito.
L’ambulanza senza medico: un vuoto che ha cambiato tutto
È questo il nodo centrale. L’ambulanza era attrezzata, ma il medico di turno era stato dirottato su un altro intervento a pochi chilometri di distanza. Una scelta operativa normale, in teoria. Ma in quella notte specifica, si è trasformata in un fattore decisivo. I paramedici sapevano cosa fare, ma non potevano farlo. Almeno, non senza il via libera.
Secondo fonti vicine all’inchiesta, sarebbero passati almeno 14 minuti tra l’arrivo dell’ambulanza e il momento in cui i soccorritori hanno potuto avvicinarsi concretamente a Fakir. Quattordici minuti in cui un uomo stava morendo e nessuno lo toccava.
Il protocollo, i poliziotti e quella catena di comando spezzata
«Le procedure esistono per proteggere tutti, compresi i soccorritori», ha dichiarato un funzionario della questura interpellato dalla stampa locale, senza però entrare nel merito specifico dei fatti di quella sera. Yet quella risposta non basta. Non basta alle associazioni che seguono il caso, non basta alla famiglia di Fakir, e probabilmente non basterà ai magistrati.
Il problema, denunciano i critici, è strutturale. In molte città italiane, l’interoperabilità tra polizia e servizi sanitari d’emergenza funziona male. I protocolli non sono uniformi, le catene di comando si sovrappongono, e in certi contesti i soccorritori aspettano un ok che dovrebbe arrivare in secondi e invece arriva in minuti.
Cosa succede adesso
La procura ha aperto un fascicolo. Gli atti sono stati acquisiti, le testimonianze raccolte, i filmati delle telecamere di sorveglianza esaminati. Si valuta l’ipotesi di omissione di soccorso, ma l’iter è ancora lungo.
Quello che è certo è che Fakir è morto alle 23.25 di quella sera. Ed è certo che per 38 minuti, tra la chiamata al 112 e il suo ultimo respiro, qualcosa nel sistema non ha funzionato. Capire cosa, e soprattutto perché, è ora l’unica cosa che conta.
