Banconote e monete in euro su una scrivania

L’inflazione nella zona euro sale al 3,0%: lo shock energetico ridisegna il calcolo della politica della BCE

L’inflazione nella zona euro ha accelerato al 3,0 percento su base annua ad aprile, il dato più elevato dal settembre 2023, mentre lo shock energetico innescato dalla guerra in Medio Oriente continua a trasmettersi ai prezzi al consumo nell’intera area della moneta unica.

Secondo la stima flash pubblicata da Eurostat, il balzo dell’inflazione generale è stato trainato principalmente da un aumento annuo del 10,9 percento dei costi energetici, il più marcato dall’inizio del 2023. Anche i prezzi dei beni industriali non energetici hanno registrato una modesta accelerazione, mentre l’inflazione dei servizi è leggermente calata e quella di fondo, depurata dalle componenti volatili di alimentari ed energia, si è raffreddata al 2,2 percento dal 2,3 percento di marzo.

I dati complicano la calibrazione della politica monetaria della Banca centrale europea. Dopo una serie di tagli ai tassi nel corso del 2025, che hanno portato il tasso sui depositi al due percento, il Consiglio direttivo ha sospeso il ciclo di allentamento, citando l’intensificazione dei rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita. La presidente Christine Lagarde ha sottolineato che la banca sta operando in modalità riunione per riunione, guidata dai dati, senza impegnarsi in anticipo su una traiettoria specifica dei tassi.

Tra le principali economie, l’inflazione ha accelerato in Germania al 2,9 percento, in Francia al 2,5 percento, in Italia al 2,9 percento e in Spagna al 3,5 percento. La dispersione tra gli Stati membri riflette differenti mix energetici, misure fiscali di ammortizzazione e dinamiche di prezzo nei mercati dei servizi interni. Gli istituti nazionali di statistica hanno rilevato che i prezzi amministrati dai governi e i meccanismi di indicizzazione in alcuni paesi rischiano di mantenere l’inflazione dei servizi persistentemente elevata nei prossimi mesi.

Gli economisti sono divisi sulla probabile risposta della banca centrale. Alcuni sostengono che la natura dal lato dell’offerta dello shock, unita alla debole crescita del primo trimestre, pari ad appena lo 0,1 percento, suggerisce alla BCE di mantenere i tassi fermi e di considerare il picco come temporaneo. Altri temono effetti di secondo turno, in particolare nelle trattative salariali nelle principali economie, dove le clausole di indicizzazione potrebbero consolidare aspettative di prezzi più elevati.

Gli indicatori prospettici inviano segnali contrastanti. Il Sondaggio delle previsioni professionali della BCE ha rivisto leggermente al rialzo le aspettative di inflazione per il 2026, portandole al 2,7 percento, mantenendo al contempo l’ancoraggio per il 2030 al 2,0 percento: un segnale che i mercati continuano a fidarsi dell’impegno della banca centrale nel medio termine. Le indagini sulle aspettative delle famiglie e delle imprese, tuttavia, indicano preoccupazioni elevate per i prezzi nel breve periodo e un indebolimento della fiducia.

La riunione di giugno del Consiglio direttivo è ampiamente attesa come il prossimo punto di svolta. Entro allora, la banca centrale disporrà di un nuovo ciclo di proiezioni macroeconomiche elaborate dallo staff, di dati aggiornati sul monitoraggio salariale e di una visibilità più chiara su come lo shock energetico si stia propagando attraverso il più ampio processo di formazione dei prezzi. La scelta tra il mantenere, tagliare o addirittura alzare i tassi dipenderà da quale di questi segnali si rivelerà determinante.

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