Invalsi 2026: allarme scuole elementari, superiori in ripresa
I risultati Invalsi 2026 fotografano un’Italia scolastica spaccata in due. Le scuole superiori mostrano segnali di recupero, ma la vera emergenza è alle elementari, dove i livelli di apprendimento in italiano e matematica restano preoccupantemente sotto i valori pre-pandemia. Un quadro che non lascia tranquilli.
Il crollo alle elementari
Sono i dati sulle classi seconde e quinte della primaria a destare più preoccupazione. In matematica, circa il 42% degli alunni di seconda elementare non raggiunge i livelli minimi considerati adeguati. In italiano la situazione non è migliore. E quel che colpisce è che il gap rispetto al 2019 — l’ultimo anno scolastico normale prima del Covid — non si sta riducendo, anzi in alcune aree del Mezzogiorno tende ad allargarsi. Anni di didattica a distanza hanno lasciato un segno profondo sui bambini più piccoli, quelli che durante il lockdown avevano appena cominciato a leggere e a fare i primi calcoli.
Le superiori recuperano, ma lentamente
Sul fronte delle scuole secondarie di secondo grado c’è qualcosa di più incoraggiante. I punteggi medi degli studenti di terza superiore mostrano un incremento rispetto al 2024, con miglioramenti più marcati al Nord-Est e in alcune regioni del Centro. But anche qui bisogna essere cauti. I livelli del 2019 restano un obiettivo ancora lontano, e le differenze geografiche continuano a essere enormi: tra uno studente del Trentino e uno della Sicilia il divario in matematica supera i 40 punti su scala Invalsi, una distanza che non accenna a colmarsi.
Valditara esulta sulla dispersione scolastica
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha scelto di sottolineare un dato positivo: il tasso di dispersione scolastica esplicita è sceso al 10,5%, il valore più basso degli ultimi vent’anni. «È un grande risultato che premia le politiche messe in campo negli ultimi due anni», ha dichiarato il ministro, citando i fondi del PNRR destinati alle scuole nelle aree a rischio e i programmi di tutoraggio individuale.
Ma restare a scuola non significa necessariamente imparare.
E su questo punto i ricercatori dell’Invalsi sono espliciti: la presenza fisica in aula è condizione necessaria ma non sufficiente. Servono interventi mirati sulla qualità dell’insegnamento, soprattutto nei primi anni della primaria, dove si costruiscono le fondamenta di tutto il percorso successivo. Still, il governo non sembra intenzionato a cambiare rotta sulle politiche curricolari.
Cosa succederà ora
I dati completi saranno discussi a settembre in una sessione straordinaria convocata al Ministero dell’Istruzione, con le rappresentanze regionali e i sindacati di categoria. Sul tavolo ci sono proposte che riguardano il potenziamento del tempo pieno alle elementari — oggi garantito solo al 34% degli alunni italiani — e nuovi percorsi di aggiornamento per gli insegnanti della primaria. Il 2026 sarà un anno chiave: se i gap non si riducono entro il prossimo ciclo di rilevazioni, le conseguenze sul mercato del lavoro della prossima generazione rischiano di essere molto concrete.
