FT demolisce il bilancio PNRR di Meloni: ‘Crescita debole nonostante 166 miliardi e 416 traguardi raggiunti’

L’editoriale del Financial Times pubblicato mercoledì 27 maggio 2026, mentre Giorgia Meloni rivendicava a Milano i traguardi del PNRR, ha costituito una delle critiche più dure ricevute dal governo italiano da una testata internazionale di primo piano. Il quotidiano britannico ha esaminato la performance economica italiana sotto la lente del PNRR e ha concluso, in modo netto, che ‘nonostante 166 miliardi di euro ricevuti e 416 traguardi raggiunti, la crescita italiana resta strutturalmente debole e gli obiettivi di lungo termine del piano risultano largamente disattesi’.

L’argomento centrale del FT

L’editoriale, firmato dall’editorialista economico Martin Wolf, parte da un dato semplice: il PIL italiano è cresciuto in media solo dello 0,7% annuo tra il 2022 e il 2026, contro l’1,4% previsto al lancio del PNRR e contro l’1,1% di crescita media dell’Eurozona nel periodo. Il FT argomenta che il piano, originariamente concepito come una leva di trasformazione strutturale capace di sollevare la produttività italiana, si è invece tradotto in un afflusso di risorse ‘che ha sostenuto la domanda interna nel breve termine ma non ha modificato le coordinate strutturali dell’economia italiana’.

Il problema della produttività

Il problema italiano della produttività è il dato strutturale che il FT mette al centro del proprio argomento. La produttività totale dei fattori (TFP) italiana è stagnante dal 2003 — un’anomalia tra le grandi economie OCSE che ha resistito a tre cicli di riforme distinti (Berlusconi-Bossi, Renzi-Padoan, Draghi-Franco). L’aspettativa al lancio del PNRR era che gli investimenti pubblici massicci avrebbero innescato un rinnovo del capitale produttivo e una catena di effetti virtuosi sulla produttività. I dati a quattro anni dal lancio mostrano che questo effetto non si è materializzato in misura significativa.

L’assorbimento contabile

Una delle critiche più puntuali del FT riguarda quello che l’editorialista britannico definisce ‘l’assorbimento contabile’ dei fondi PNRR. Una parte significativa delle risorse — stimata in 18-22 miliardi di euro dal Centro Europa Ricerche (CER) — è stata utilizzata per finanziare spese che il bilancio dello Stato avrebbe comunque sostenuto, mediante un meccanismo di riclassificazione contabile. Questo fenomeno, denominato ‘crowding-out delle politiche nazionali da parte del PNRR’, è documentato da diverse analisi indipendenti, tra cui un rapporto della Banca d’Italia di marzo 2026 che ha quantificato l’effetto in 2,8 miliardi di euro per il solo settore della scuola.

La risposta del Mef

La risposta del ministero dell’Economia, firmata dal ministro Giancarlo Giorgetti, è stata articolata in un comunicato diffuso mercoledì pomeriggio. Il Mef ha contestato ‘una lettura tendenziosa e politicamente orientata’ del Financial Times, sostenendo che (1) il PIL italiano del 2026 crescerà tra l’1,1% e l’1,3%, in linea con le proiezioni della Commissione; (2) gli effetti strutturali del PNRR si manifesteranno pienamente solo nel triennio 2027-2029, quando saranno completati i grandi progetti di infrastruttura digitale e ferroviaria; (3) la produttività italiana mostra primi segnali di ripresa nel settore manifatturiero, con un +1,2% nel 2025. Il ministro Foti ha aggiunto che ‘l’analisi del FT ignora la complessità di un piano da quasi 200 miliardi di euro’.

I dati indipendenti

I dati indipendenti raccontano una realtà più sfumata. Secondo il Centro Studi Confindustria, l’investimento PNRR ha effettivamente sostenuto il PIL italiano di 0,3-0,4 punti percentuali annui tra il 2023 e il 2025 — un effetto significativo ma inferiore a quanto previsto al lancio (0,7-0,9 punti). La crescita degli investimenti pubblici fissi in Italia è effettivamente accelerata nel quadriennio, raggiungendo +4,8% medio annuo contro +1,2% del decennio precedente. Tuttavia, la spesa privata in R&S — un indicatore chiave della trasformazione strutturale — è cresciuta solo dello 0,3% annuo, ben al di sotto della media europea.

Le opportunità non sfruttate

Una delle frustrazioni più note tra gli economisti italiani riguarda le opportunità non sfruttate dal PNRR. Il piano avrebbe potuto essere utilizzato come leva per riforme strutturali — dalla giustizia civile alla concorrenza nei servizi locali — che sono state invece marginalmente affrontate o postposte. La riforma della giustizia, ad esempio, ha visto progressi limitati nel periodo PNRR: la durata media dei processi civili italiani resta di 526 giorni, contro la media europea di 277. La concorrenza nei servizi pubblici locali, oggetto di una legge annuale approvata nel 2022, è ancora in fase di implementazione frammentata.

Il debito pubblico e la trappola del PNRR

Una dimensione poco discussa ma cruciale del PNRR è il suo impatto sulla dinamica del debito pubblico italiano. Su 194,4 miliardi di euro totali del piano, 122,6 miliardi sono prestiti agevolati che si aggiungono al debito sovrano italiano — anche se a condizioni di tasso e durata vantaggiose. Il debito pubblico italiano resta al 137,8% del PIL nel 2026, sostanzialmente invariato rispetto al 138,3% del 2022. L’aspettativa che il PNRR avrebbe innescato una traiettoria di riduzione del debito grazie al maggiore PIL non si è realizzata.

La traiettoria di consolidamento

Il governo italiano è impegnato con la Commissione europea su una traiettoria di consolidamento del deficit che dovrebbe portarlo al 2,9% del PIL nel 2028, contro il 3,8% del 2025. Questo significa una consolidamento annuale di circa 17-20 miliardi di euro che il governo Meloni dovrà negoziare con le forze sociali e politiche italiane. Il fronte tra le richieste sociali (sanità, scuola, sostegno alle imprese energivore) e i vincoli di bilancio sarà uno dei terreni politici principali della seconda metà del 2026 e per tutta la durata della legislatura.

Cosa monitorare

Gli indicatori da monitorare nei prossimi mesi sono cinque. Primo: la verifica trimestrale del completamento dei target PNRR — la decima rata dovrebbe essere richiesta entro giugno 2026 e versata entro ottobre. Secondo: la traiettoria del PIL italiano per il T2 2026, con la pubblicazione preliminare attesa per il 31 luglio. Terzo: la spesa privata in R&S, indicatore chiave della trasformazione strutturale. Quarto: la dinamica del debito pubblico, in relazione alla traiettoria concordata con Bruxelles. Quinto: la performance delle imprese italiane all’estero, in particolare nel manifatturiero — un test della capacità competitiva del sistema produttivo italiano.

Articoli simili