Referendum giustizia: il quorum non raggiunto consolida la riforma Meloni, ma divide il paese

Il referendum abrogativo della riforma costituzionale della giustizia, voluta dal governo Meloni e approvata dal Parlamento alla fine del 2025, non ha raggiunto il quorum del 50% degli aventi diritto. La consultazione, tenutasi nelle scorse settimane, ha registrato un’affluenza inferiore al 45%, con la maggioranza dei voti espressi a favore dell’abrogazione, ma senza la validità necessaria per modificare il quadro normativo. Il risultato è un esito ambiguo: la riforma resta legge, ma la sua legittimazione popolare è incompleta, in quanto sostenuta solo dalla maggioranza di governo e non dalla volontà espressa della maggioranza degli italiani.

I contenuti della riforma

La riforma costituzionale approvata dal Parlamento prevede tre elementi principali. Primo, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ponendo fine al sistema unitario che caratterizza la magistratura italiana dall’introduzione della Costituzione del 1948. Secondo, la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura separati — uno per i giudici e uno per i pm — al posto del CSM unico attuale. Terzo, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare per giudicare le condotte dei magistrati, esterna ai due CSM.

La logica del governo

Il governo Meloni ha sostenuto la riforma su tre argomenti principali. La separazione garantirebbe una maggiore imparzialità del giudice, riducendo i rischi di “appiattimento” sulla cultura accusatoria del pm. La duplicazione del CSM consentirebbe una rappresentanza più equilibrata delle componenti, riducendo i conflitti interni alla magistratura. L’Alta Corte disciplinare assicurerebbe un giudizio più equo nelle procedure disciplinari, sottraendole all’autoregolamentazione totale della magistratura.

Le obiezioni del fronte abrogativo

Il fronte abrogativo, che ha raggruppato l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, l’Alleanza Verdi-Sinistra, parte degli ordini forensi e diversi costituzionalisti, ha articolato critiche radicali. La separazione delle carriere, secondo questo fronte, indebolirebbe l’autonomia complessiva della magistratura e creerebbe un pm più direttamente influenzabile dal potere politico. La duplicazione del CSM disperderebbe energie e ridurrebbe la coerenza dell’ordinamento. L’Alta Corte disciplinare introdurrebbe un organo di vigilanza dalla composizione potenzialmente politicizzata.

L’analisi del voto

L’analisi dei flussi elettorali mostra un quadro non monolitico. Il nord-est e parti del nord-ovest hanno visto affluenze più elevate, con un voto più orientato al “sì” all’abrogazione. Il centro e parti del mezzogiorno hanno registrato affluenze più basse, suggerendo una mobilizzazione meno intensa del fronte abrogativo o un livello di interesse più contenuto verso il tema della giustizia. I capoluoghi metropolitani — Roma, Milano, Torino, Napoli — hanno mostrato comportamenti molto differenziati, con Milano e Torino più “abrogazioniste” e Roma più stabile sulla linea della maggioranza di governo.

Il quorum come ostacolo strutturale

Il fallimento nel raggiungere il quorum non è un fenomeno nuovo nei referendum italiani. Dal 1995 in poi, su 36 referendum abrogativi tenutisi a livello nazionale, oltre il 70% non ha superato il quorum. La regola del 50% +1 degli aventi diritto, introdotta dalla Costituzione del 1948, è oggetto di un dibattito strutturale da decenni: i suoi sostenitori la considerano una garanzia di rappresentatività; i suoi critici un meccanismo che incentiva strategie di non-mobilizzazione e che penalizza l’iniziativa popolare.

La reazione di Meloni e Nordio

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno rivendicato il risultato come una conferma della legittimità della riforma. Meloni ha parlato di “vittoria del buonsenso”, mentre Nordio ha sottolineato che “il popolo italiano ha scelto di non mettere in discussione l’opera del Parlamento”. La lettura governativa, tuttavia, si scontra con il dato che, tra coloro che si sono recati alle urne, la maggioranza ha votato per l’abrogazione — un dettaglio che il fronte abrogativo ha enfatizzato per sostenere che il consenso reale verso la riforma è significativamente più contenuto di quanto la sopravvivenza della legge suggerisca.

La posizione dell’ANM e della magistratura

L’Associazione Nazionale Magistrati ha espresso amarezza per il mancato raggiungimento del quorum, ma ha anche sottolineato il fatto che la riforma resta priva di un’ampia legittimazione popolare. Il presidente dell’ANM ha annunciato che la magistratura continuerà a esercitare le proprie funzioni nel nuovo quadro istituzionale, ma vigilerà sull’applicazione concreta della riforma e sulle nomine ai nuovi CSM separati. Il rapporto tra magistratura e governo, già teso, entra in una nuova fase di “convivenza necessaria” che presenterà numerose occasioni di frizione.

L’attuazione della riforma

L’attuazione operativa della riforma richiederà un anno o più di lavoro normativo e organizzativo. Bisognerà definire le procedure di selezione dei membri laici dei nuovi CSM, riorganizzare le strutture amministrative della magistratura, istituire l’Alta Corte disciplinare e definirne le procedure. Il processo offrirà numerose occasioni di confronto politico-istituzionale, e potrebbe produrre tensioni significative tra esecutivo, Parlamento e ordine giudiziario.

Cosa lascia il referendum

L’esito del referendum lascia una serie di interrogativi aperti. Il primo riguarda la legittimità democratica delle riforme costituzionali quando, pur approvate dal Parlamento, non vengono ratificate dal popolo. Il secondo riguarda la regola del quorum, sempre più contestata come ostacolo all’iniziativa popolare. Il terzo riguarda il rapporto Stato-magistratura, che attraversa una fase di confronto strutturale che durerà ben oltre l’arco di questa legislatura. Per la politica italiana, la giustizia continua ad essere un tema profondamente divisivo, su cui ogni passo legislativo apre nuove fratture invece di chiuderne di vecchie.

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