Editoriale: il prezzo della guerra di Hormuz per l’industria italiana
I dati Istat di aprile sull’inflazione italiana — +2,7% su base annua, energetici a +9,6% — non sono solo un termometro statistico. Sono un segnale di pressione strutturale che si concentra in misura sproporzionata sul tessuto industriale italiano. Mentre la Germania e la Francia attraversano lo stesso shock energetico con margini di assorbimento più ampi, l’Italia rischia di vedere consolidarsi un gap di competitività che, se non corretto rapidamente, sarà difficile recuperare quando la guerra in Iran sarà finita.
L’asimmetria europea
Non si tratta solo di prezzi assoluti. Il TTF — il prezzo di riferimento europeo del gas — è il medesimo per Hannover, Lione e Brescia. Ciò che cambia è la struttura del mix energetico nazionale e la capacità di trasmissione del costo nei prezzi finali. La Germania ha mantenuto, almeno fino al 2022, una quota significativa di nucleare e ha avviato programmi statali di sostegno all’industria energy-intensive attraverso il Strompreiskompensation. La Francia continua a contare sul parco nucleare di EDF, che le garantisce un prezzo medio dell’elettricità tra il 30 e il 40% inferiore a quello italiano.
L’Italia, invece, dipende dal gas per circa il 45% della generazione elettrica, secondo Terna. Ogni euro in più al megawattora del PUN si traduce, con minore attenuazione che altrove, in costi industriali. Le aziende italiane energy-intensive — siderurgia, ceramica, vetro, carta, chimica di base — pagano oggi un’elettricità che è tra il 60 e il 90% più cara di quella tedesca per un’azienda comparabile.
Il prezzo nei settori del Made in Italy
L’effetto non si limita alle commodity di base. La filiera della ceramica di Sassuolo, terzo cluster produttivo mondiale dopo Cina e India, ha già visto chiudere quattro impianti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. La siderurgia di Taranto — Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva — opera con margini negativi sulle linee a forno elettrico. Il distretto del vetro di Murano ha annunciato a fine aprile la sospensione temporanea di alcune fornaci storiche. Anche segmenti meno energetici del Made in Italy — moda, agroalimentare di qualità, meccanica strumentale — sentono il riflesso indiretto attraverso i costi della logistica e dei semilavorati.
La risposta del governo: necessaria ma non sufficiente
Il governo Meloni ha messo in campo strumenti significativi. Il credito d’imposta energia per le imprese gasivore ed elettrivore è stato rinnovato e in alcuni casi rafforzato. Il Decreto Energia di marzo 2026 ha previsto contributi straordinari ai settori del Mezzogiorno più colpiti. Le procedure di autorizzazione per impianti rinnovabili sono state accelerate attraverso un nuovo ruolo del Commissario alle Energie del Sud.
Sono misure utili. Ma non bastano. La verità che le imprese ripetono con sempre maggiore franchezza è che la struttura del costo energetico italiano è il vero collo di bottiglia: senza una riforma del mercato elettrico — il superamento del PUN nazionale a favore di zone differenziate, il rilancio del nucleare di nuova generazione su cui Meloni ha indicato la rotta, l’accelerazione dei progetti di interconnessione con l’Africa del Nord per gas e idrogeno verde — il gap con i competitor europei resterà strutturale.
Cosa serve, oltre i sussidi
La direzione di marcia, se vogliamo essere onesti, è chiara: gli interventi-tampone hanno un loro spazio nelle crisi acute, ma non sostituiscono le riforme strutturali. La revisione del mercato elettrico italiano è uno dei dossier più complessi del prossimo biennio. Il programma nucleare avviato dal governo richiede tempi che eccedono la legislatura corrente. La piena attivazione dei contratti per differenza sulle rinnovabili e dell’idrogeno verde da Tunisia, Algeria e Egitto richiede coraggio politico per superare le resistenze territoriali e burocratiche.
L’industria italiana ha dimostrato in molte occasioni una resilienza notevole. Ha resistito alla crisi del 2008, ai vincoli del cambio fisso, alla pressione della concorrenza tedesca nel comparto auto. Sarebbe un peccato che proprio in questo passaggio — quando l’Europa, sotto pressione concorrenziale globale, sta riscoprendo l’importanza dell’autonomia industriale — l’Italia perdesse posizioni per ragioni di costo energetico evitabili con scelte strutturali coraggiose. Il prossimo anno di legislatura, prima delle politiche del 2027, sarà l’ultima finestra per agire.
Fonti: Istat; Terna; Confindustria; rapporti settoriali Confcommercio; Centro Studi del Mediocredito Italiano; analisi Bruegel su prezzi industriali EU.
