Ex Ilva, confermato il blocco dell’area a caldo a Taranto
Il tribunale del Riesame di Taranto ha confermato il sequestro dell’area a caldo dell’ex Ilva, lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa, ribadendo che il diritto alla salute dei cittadini prevale sulle esigenze produttive. Una decisione che rischia di affondare definitivamente il futuro dell’impianto e di circa 10.000 lavoratori diretti e indiretti.
La decisione dei giudici
I giudici hanno respinto il ricorso presentato dalla difesa, confermando il provvedimento che blocca gli altiforni e la cokeria. La motivazione è netta: non si può anteporre la produzione di acciaio alla tutela della salute pubblica. E non è la prima volta che la magistratura tarantina arriva a questa conclusione. Già in passato, sequestri e dissequestri si sono susseguiti in un cortocircuito giudiziario che ha paralizzato ogni piano industriale credibile.
«Il diritto alla salute è un diritto fondamentale e inviolabile», ha dichiarato un rappresentante della procura di Taranto, sottolineando come i dati epidemiologici raccolti negli anni dimostrino un’incidenza anomala di tumori e malattie respiratorie nei quartieri limitrofi allo stabilimento, in particolare nel rione Tamburi, che dista appena poche centinaia di metri dai camini.
La situazione dello stabilimento
L’area a caldo è il cuore pulsante dell’impianto. Senza altiforni non c’è acciaio grezzo, e senza acciaio grezzo l’intera filiera si ferma. Acciaierie d’Italia, la società che gestisce lo stabilimento dopo l’accordo con ArcelorMittal, si trova ora in una posizione quasi insostenibile. La produzione era già scesa a circa 3 milioni di tonnellate annue, ben al di sotto della capacità massima di 8 milioni. Con il blocco confermato, i numeri potrebbero crollare ulteriormente.
Il governo segue la vicenda con attenzione, anche perché i commissari straordinari nominati da Roma stanno cercando da mesi un acquirente o un partner industriale disposto a investire. Ma trovare un compratore con un impianto sotto sequestro è, eufemisticamente, complicato.
Il nodo irrisolto tra lavoro e salute
Taranto vive da decenni questa contraddizione lacerante. C’è chi ha lavorato in fabbrica per trent’anni e difende l’acciaio come fonte di reddito per l’intera provincia. E c’è chi ha perso un familiare per una malattia che i medici collegano all’inquinamento industriale. Non è una polemica astratta: sono vite concrete, spesso nella stessa famiglia.
Ancora una volta, la politica non ha trovato una sintesi. E la magistratura ha dovuto supplire dove le istituzioni hanno fallito.
Cosa succede adesso
Nei prossimi giorni si attendono nuove mosse legali da parte di Acciaierie d’Italia e del governo. Un ricorso in Cassazione non è escluso. Sul tavolo c’è anche la possibilità di un intervento legislativo d’urgenza, anche se i precedenti in questo senso hanno sempre generato nuovi contenziosi giudiziari.
La partita dell’ex Ilva è tutt’altro che chiusa. Ma ogni giorno che passa, le probabilità di un rilancio industriale reale si assottigliano un po’ di più.
