Smart working dai Caraibi: il caso del dirigente di Calolziocorte
Un dirigente del Comune di Calolziocorte ha lavorato in smart working direttamente dai Caraibi. La notizia ha fatto rapidamente il giro della Brianza lecchese, sollevando polemiche e domande sulla gestione del lavoro agile nella pubblica amministrazione. Ma l’amministrazione comunale ha già risposto: la situazione era autorizzata, e si trattava di circostanze familiari del tutto eccezionali.
Cosa è successo davvero
Il funzionario, un dirigente di ruolo del piccolo Comune lombardo di circa 14.000 abitanti, ha svolto le proprie mansioni da remoto per un periodo non specificato, collegandosi ai sistemi informatici dell’ente direttamente da una località caraibica. Non un’assenza non autorizzata, almeno secondo la versione ufficiale. La direzione comunale aveva concesso il via libera, documentando la richiesta come risposta a una situazione familiare straordinaria.
Non è chiaro per quante settimane sia durato il periodo di lavoro oltremare, né quali fossero le esatte circostanze familiari invocate. Il Comune non ha fornito dettagli aggiuntivi su questo punto.
La posizione del Comune
«Si è trattato di una situazione del tutto eccezionale, debitamente autorizzata nei termini previsti dalla normativa vigente», ha dichiarato un rappresentante dell’amministrazione comunale. La posizione ufficiale è quindi che non ci sia stata alcuna irregolarità: la richiesta è passata dai canali corretti, e l’autorizzazione è stata concessa.
Eppure la questione non è chiusa. Lavorare in smart working dall’estero, e in particolare da un paese extra-europeo come quelli caraibici, solleva interrogativi precisi sul piano fiscale, previdenziale e contrattuale. Le norme italiane sul lavoro agile nella pubblica amministrazione non vietano esplicitamente il lavoro dall’estero, ma la materia è tutt’altro che priva di complessità.
Il nodo normativo
Il decreto legislativo 165 del 2001, che regolamenta il pubblico impiego, insieme alle circolari del Ministro per la pubblica amministrazione sul lavoro agile, non contempla esplicitamente scenari di questo tipo. Ogni accordo individuale di smart working dovrebbe specificare il luogo di lavoro. E lavorare da un paese diverso dall’Italia può comportare implicazioni fiscali anche per l’ente datore di lavoro.
Diversi esperti di diritto del lavoro pubblico contattati nelle ultime ore concordano su un punto: l’autorizzazione interna del Comune non è sufficiente da sola a risolvere tutti i profili giuridici della vicenda.
Cosa succede adesso
Al momento non risultano aperti procedimenti disciplinari né verifiche da parte dell’ufficio del personale. Still, la vicenda è finita sotto i riflettori dei media locali e nazionali, e potrebbe attirare l’attenzione dell’Ispettorato del Lavoro o della Corte dei conti, almeno in via esplorativa.
Il caso di Calolziocorte rischia di diventare un banco di prova per i limiti ancora vaghi dello smart working nel settore pubblico italiano. Con il lavoro agile ormai strutturale in molti enti, definire regole chiare sull’estero non è più rinviabile.
