Malagò eletto presidente del CONI con quasi il 70% dei voti

Giovanni Malagò è stato rieletto presidente del CONI con una maggioranza schiacciante: quasi il 70% dei voti espressi dall’assemblea federale. Un risultato che non lascia spazio a interpretazioni e che consolida ulteriormente la sua posizione al vertice dello sport italiano. Ma è stata la sua risposta alle voci di corridoio a fare più rumore della vittoria stessa.

La vittoria e la battuta che ha fatto il giro delle redazioni

«Non sono il Papa nero», ha detto Malagò subito dopo la proclamazione, strappando qualche risata e spegnendo sul nascere le speculazioni di chi lo vedeva come una figura di potere occulto, capace di muovere fili nell’ombra. Un’uscita fulminante, tipica del suo stile. Diretto, a tratti spiazzante. E in questo senso non è cambiato nulla rispetto ai mandati precedenti.

I numeri parlano chiaro: su 71 grandi elettori presenti, oltre 49 hanno votato per lui. Un consenso trasversale che attraversa federazioni sportive di discipline e dimensioni molto diverse tra loro, dal calcio all’atletica, dal nuoto agli sport invernali.

Chi era contro e cosa succede ora

Non tutti erano d’accordo. Una minoranza compatta, intorno al 30%, ha scelto di non sostenere la sua candidatura. Yet questo non sembra preoccupare Malagò, che ha già dichiarato di voler lavorare «con tutti, senza distinzioni». Parole di facciata? Forse. Ma nel contesto dello sport istituzionale italiano, la realpolitik conta quanto i voti.

Il suo avversario principale non è riuscito a costruire un fronte alternativo abbastanza solido nelle settimane precedenti l’assemblea. Le riunioni informali, i tentativi di mediazione, i contatti dietro le quinte: tutto è rimasto incompiuto. E così Malagò ha vinto, ancora una volta, prima ancora che si aprissero le urne.

Il contesto: lo sport italiano tra Olimpiadi e riforme

La rielezione arriva in un momento delicato per lo sport italiano. Milano-Cortina 2026 è alle porte — mancano poco più di 18 mesi — e i ritardi organizzativi continuano ad alimentare tensioni tra il comitato organizzatore, il governo e le federazioni internazionali. Malagò sarà il volto italiano di quell’appuntamento davanti al mondo.

«Abbiamo una responsabilità enorme verso il Paese», ha dichiarato un dirigente federale presente in sala, che ha preferito non essere citato per nome. «Servono stabilità e leadership riconosciuta. Oggi abbiamo avuto entrambe.»

Cosa si aspetta adesso il movimento sportivo

Still, le aspettative non mancano. Le federazioni minori chiedono più risorse e visibilità. Gli atleti vogliono risposte concrete sul nodo dei contratti e dei diritti. E il governo Meloni osserva, in attesa di capire quanto Malagò intenda essere autonomo rispetto alle pressioni politiche.

La prossima mossa sarà la composizione della nuova giunta. Lì si capirà davvero chi ha vinto e chi ha perso.

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