Federico Vella e lo psichiatra: due visite in due anni, poi il delitto
Federico Vella aveva un medico. Un professionista a cui rivolgersi, un percorso di cura formalmente avviato. Ma in due anni si era presentato solo due volte. E quella rete di supporto, così fragile da sembrare quasi inesistente, non ha retto.
«Lì ci vanno i matti»: il rifiuto delle cure
A raccontare i dettagli è un amico di Vella, che ha riferito agli inquirenti le parole dell’uomo nelle settimane precedenti alla tragedia. «Lì ci vanno i matti», avrebbe detto Federico quando si parlava dello psichiatra. «Io voglio solo che Lorena torni con me». Non era un paziente che rifiutava il disagio. Era un uomo che rifiutava l’idea stessa di averne uno. E quella distinzione, sottile ma devastante, ha fatto la differenza.
Due appuntamenti in ventiquattro mesi. Non abbastanza per costruire un percorso terapeutico serio, non abbastanza per intercettare una deriva che chi gli era vicino, forse, già vedeva.
Il caso riaccende il dibattito sulla salute mentale
La vicenda di Vella torna a sollevare domande scomode sul sistema di presa in carico dei pazienti psichiatrici in Italia. Quante persone risultano «in cura» sulla carta, ma di fatto sono abbandonate a se stesse? Il caso fiorentino mostra ancora una volta quanto sia fragile il confine tra un paziente seguito e uno perso.
Secondo i dati del Ministero della Salute, i Centri di Salute Mentale italiani gestiscono ogni anno oltre 800.000 utenti. Ma la frequenza media dei contatti, in molte realtà territoriali, resta drammaticamente bassa. Due visite in due anni rientrano, purtroppo, in una casistica tutt’altro che rara.
L’ossessione per Lorena e i segnali ignorati
Lorena. Il nome tornava continuamente. Gli amici lo sapevano, lo sentivano ripetere come un mantra. L’ex compagna era diventata il centro di tutto, l’unico orizzonte. So quando una persona è in quel posto mentale — ha detto una fonte vicina all’indagine — che qualunque parola diventa inutile.
Yet i segnali c’erano. E qualcuno li aveva visti.
Un magistrato della Procura di Firenze ha dichiarato che «la ricostruzione del profilo psicologico dell’imputato sarà centrale nel procedimento». Le perizie disposte nelle prossime settimane dovranno stabilire il grado di capacità d’intendere e volere al momento dei fatti. Ma la domanda che brucia, quella che nessuna perizia potrà davvero chiudere, è un’altra: si poteva intervenire prima?
Cosa succede adesso
Il procedimento è nella fase preliminare. Gli avvocati della difesa stanno valutando la strada della seminfermità mentale. Intanto, associazioni che si occupano di violenza di genere e salute mentale chiedono al Comune di Firenze e alla Regione Toscana un tavolo urgente per rivedere i protocolli di follow-up sui pazienti a rischio.
Still, le famiglie aspettano. E Lorena non c’è più.
